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Autore  Il cestino   Ancora la Germania 
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MessaggioInviato: Mercoledì 30 Settembre 2009 12:58    Oggetto: Ancora la Germania

Europa senza sinistra



Queste elezioni resteranno probabilmente uno spartiacque per la socialdemocrazia tedesca, che per la prima volta scende al di sotto del 25 per cento.



In realtà, si potrebbe sostenere che l’esito elettorale non costituisce una débâcle assoluta per la sinistra della Germania, poiché sommando i voti di Spd, Linke e Verdi si ottiene, se gli exit poll saranno confermati, una cifra non troppo distante da quella conquistata da cristiano-democratici e liberali. Ma non è così che vanno letti i risultati: ciò che rivelano è il venir meno della capacità maggioritaria dei socialdemocratici, la perdita della loro funzione di cardine centrale della sinistra tedesca. Da queste elezioni, l’immagine e il ruolo della socialdemocrazia escono appannati e compromessi come non mai e diventa difficile ipotizzare la via che la Spd potrà percorrere, per tentare di recuperare lo spazio politico che ora le è sfuggito.



Con la crisi globale si è di fatto chiuso un ciclo della socialdemocrazia europea, di cui la Spd ha rappresentato un asse fondamentale. Gli anni in cui Gerhard Schröder era alla guida della Germania come cancelliere e prometteva una stagione di stabilità e di crescita economica sono definitivamente archiviati. Era quella l’epoca in cui i socialdemocratici al governo pensavano di pilotare la trasformazione della società da un «nuovo centro», capace di andare oltre i confini politici del passato e di ottenere un consenso sempre più largo e interclassista. Ai tempi in cui il richiamo del New Labour di Tony Blair era vincente, verso la fine del decennio Novanta, era risuonata una forte nota di sintonia tra laburisti inglesi e socialdemocratici tedeschi, uniti nel teorizzare un superamento delle tradizionali barriere sociali che avevano fino ad allora segmentato l’elettorato. Per un buon tratto, i due maggiori partiti di derivazione socialista dell’Europa avevano scommesso sulla possibilità di gestire i frutti buoni della globalizzazione, raffigurandosi come i soggetti in grado di accelerare un processo di sviluppo economico tale da poter generalizzare i suoi effetti di ricchezza all’intera società. Il capitalismo non era più descritto come una forza economica da imbrigliare e disciplinare, ma come l’agente di un progresso materiale che poteva essere esteso a tutti. Di qui il rilievo posto sulle misure di flessibilità del mercato del lavoro, secondo un’angolatura che mirava in primo luogo a rafforzare le dotazioni individuali dei lavoratori in luogo della tutela collettiva esercitata attraverso la mediazione sindacale.



La Spd si è spinta meno in questa direzione rispetto al New Labour che, sebbene ancora al governo nel Regno Unito, appare travagliato da una crisi e da un’incertezza politiche ancora più profonde. Ma nel corso degli ultimi dieci anni la Spd ha sbiadito la propria identità storica senza riuscire a darsene una nuova. Ha creato disaffezione e disorientamento nel suo elettorato di riferimento, senza acquistare consensi in altri bacini sociali. La crisi economica che ha colpito duramente la Germania come tutto il mondo sviluppato ha messo ancor più in rilievo la fragilità e la contraddittorietà dell’ottimismo del recente passato. Le diseguaglianze sociali sono cresciute al pari della precarietà delle prospettive economiche, anche delle grandi imprese, come dimostra la tortuosa gestione del caso Opel.



Sulla disaffezione degli elettori socialdemocratici ha fatto leva la campagna delle altre componenti della sinistra tedesca, a cominciare dalla Linke, una formazione politica controversa nata dall’accostamento di due distinte anime della sinistra radicale, quella che a Ovest fa capo a Oskar Lafontaine, l’antagonista della svolta moderata della Spd, e a Est ai residui della tradizione comunista. C’è da credere che la Spd non avrà la vita facile, sottoposta alla pressione incalzante della Linke, tutt’altro che riluttante a ricorrere a slogan demagogici, come si è visto dalla propaganda elettorale.



La sconfitta dei socialdemocratici tedeschi è l’ultimo e più grave campanello d’allarme per la sinistra europea. Dinanzi alla crisi globale essa è stata afasica, come può esserlo una forza tradita da un corso degli avvenimenti che non ha saputo presagire né correggere con l’autorevolezza delle proprie posizioni.



Per la Spd come per i socialisti francesi e, in un assai probabile domani, per i laburisti inglesi si prospetta una lunga fase d’opposizione, a cui i partiti della sinistra non potranno scampare fino a quando non avranno messo a punto una visione inedita e originale della loro funzione di governo entro società che presentano lineamenti confusi e frastagliati. È all’interno di questa cornice problematica che attende di essere declinata una nuova politica dell’eguaglianza e dell’inclusione sociale.

Giuseppe Berta, LS 28







Merkel, 40 giorni per la svolta di centro-destra



Nuovo governo con i liberali entro il 9 novembre, il ventennale della caduta del Muro - di WALTER RAUHE



BERLINO «Formerò il nuovo governo entro il prossimo nove di novembre», ha annunciato ieri raggiante la cancelliera Angela Merkel. Dopo la vittoria del polo liberal-conservatore alle elezioni legislative tedesche di domenica, la Merkel è in piena forma e preme sull’acceleratore. «Il nove novembre, quando celebreremo il ventesimo anniversario della caduta del Muro, mi piacerebbe davvero ricevere i numerosi capi di Stato e di governo, oltre agli altri ospiti, con un nuovo esecutivo», ha spiegato ieri la Merkel incontrando i giornalisti nella sede della Konrad Adenauer Haus. La cancelliera aveva già invitato a Berlino tutti i capi di Stato e di governo dei Ventisette per partecipare alle celebrazioni del nove novembre. Nel frattempo, ha ricordato la Merkel, il nuovo Bundestag dovrà essere pronto entro il 27 ottobre, come prevede la Costituzione.

Già nei prossimi giorni inizieranno le prime consultazioni tra l’Unione cristiano-democratica e il partito Liberale di Guido Westerwelle che, rafforzato dal suo trionfale risultato di ben il 14,5% alle politiche di domenica, è intenzionato a rivendicare per il suo partito quattro ministeri compreso quello degli Esteri occupato finora dal socialdemocratico Frank-Walter Steinmeier. I liberali auspicano ampie riforme fiscali ed economiche di stampo neoliberista, ma la cancelliera ha lasciato intendere che la sua linea di governo futura rispetterà comunque il giusto equilibrio tra le esigenze di giustizia sociale e quelle del libero mercato.

Sulla Willy Brandt Haus di Berlino, intanto, la bandiera dell’Spd non è ancora stata messa a mezz’asta, ma all’interno della sede nazionale del partito socialdemocratico tedesco regnava ieri davvero un’atmosfera funerea. Il negozio di souvenir al pian terreno dell’avveniristico palazzo è rimasto deserto e nessuno voleva acquistare le penne stilografiche, gli orsacchiotti o le foto ricordo che rievocano i tempi più gloriosi di un partito fondato nel lontano 1863 e che ha visto alla sua guida leader del calibro di Willy Brandt o Helmut Schmidt.

Con Steinmeier l’Spd ha incassato domenica il suo peggior risultato dal 1949 perdendo rispetto al voto del 2005 ben l’11% dei consensi. Un tracollo davvero disastroso che rischia di spaccare il partito dopo undici anni di presenze al governo, sette sotto la guida di Gerhard Schroeder e quattro all’interno della Grande coalizione.

Il presidente dei socialdemocratici tedeschi Franz Muentefering non ha escluso l’ipotesi di sue dimissioni entro il prossimo congresso straordinario convocato per il mese di novembre. «Ho chiarito di essere cosciente delle mie responsabilità come leader di partito», ha detto Muentefering nel corso di una conferenza stampa aggiungendo che ogni decisione in merito verrà presa comunque all’interno del direttivo dell’Spd nelle prossime due settimane.

Il congresso di partito si preannuncia comunque burrascoso dal momento che i socialdemocratici dovranno scegliere fondamentalmente tra due possibili vie.

Quella di un abbandono anticipato della svolta “blairiana” e moderata introdotta a suo tempo da Gerhard Schroeder e quella di un ritorno alle radici storiche laburiste e più marcatamente di sinistra che comprenderebbe anche una riconciliazione con gli ex esponenti dell’ala di sinistra confluiti negli ultimi anni nel nuovo partito post-comunista di Oskar Lafontaine e Gregor Gysi. Un partito che sottrae sempre più consensi ai socialdemocratici e che domenica ha raggiunto il 12% delle preferenze. IM 29







La sinistra europea disarmata



La crisi attuale segna un profondo cambiamento d’epoca. Non si tratta soltanto di una crisi finanziaria, economica e ormai pesantemente sociale; si tratta di una crisi politica e culturale.



Si chiude un ciclo caratterizzato da una globalizzazione senza regole, dal dominio dell’ideologia ultraliberale. Tramonta l’illusione dogmatica dell’infallibilità del mercato. Al centro del dibattito pubblico tornano idee fondamentali che sono proprie della tradizione socialista.



Ma - ecco il paradosso - di fronte a questa grande svolta sembra proprio il socialismo in Europa a essere più in difficoltà. Non mancano speranze e segnali di novità, tuttavia gran parte del nostro continente è oggi governata da una leadership conservatrice e il declino della destra neoliberista sembra andare non a vantaggio dei progressisti ma, in molti paesi europei, a vantaggio di un’altra destra nazionalista, populista, talora apertamente reazionaria e razzista. Eppure, mentre in Europa accade questo, nel resto del mondo sono le grandi forze progressiste che guidano l’impegno per aprire una nuova prospettiva oltre la crisi e gettare le basi di una nuova stagione economica e politica. Sono i Democratici negli Stati Uniti d’America, così come sono progressisti di diversa natura i leader e i partiti alla guida dei grandi Paesi emergenti, dall’India al Brasile all’Africa del Sud. Persino il Giappone, dopo 54 anni di egemonia politica liberale e conservatrice, si è affidato a una forza democratica e progressista. Non solo, ma in massima parte questi partiti non appartengono alla tradizione e alla cultura socialista, anche se con l’Internazionale socialista collaborano o dialogano intensamente. Perché dunque proprio qui, nella vecchia Europa, sembra essere così difficile la sfida per i progressisti?



Il problema è che il socialismo europeo, sia nelle sue componenti più tradizionali, sia nei settori più innovativi, non è riuscito, di fronte alla globalizzazione, ad andare oltre l’orizzonte del riformismo nazionale. In particolare - questa è la mia opinione - la grande opportunità legata al processo d’integrazione politica dell’Europa è stata colta solo in piccola parte. Dopo l’avvento della moneta unica sarebbe stato il momento per un salto di qualità. Era necessario armonizzare le politiche di sviluppo, le politiche fiscali e di bilancio, le politiche della ricerca e dell’innovazione. Era necessario costruire una vera Europa sociale e governare insieme e in modo solidale la sfida dell’immigrazione. Era necessario quindi rafforzare il bilancio e i poteri dell’Unione europea aprendo la strada a un «riformismo europeo» capace di superare i limiti dell’esperienza degli Stati nazionali. Questa era la prospettiva che era stata indicata da Jacques Delors.



Non dimentichiamo che in quel momento 11 Paesi su 15 dell’Unione erano guidati da leader socialisti. Cercammo di indicare una nuova via con il Consiglio europeo di Lisbona. Ma quel programma riformista, che pure era coraggioso, non era sostenuto da istituzioni forti, risorse adeguate, una chiara volontà politica.



Ci vuole una forza progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale, voltando pagina rispetto alle timidezze e al profilo basso degli ultimi anni. Si capisce che proprio in Europa il crollo del comunismo, il progressivo logoramento del compromesso socialdemocratico e la cosiddetta caduta delle ideologie (non di tutte, in realtà, se si pensa a quanto «ideologica» è stata l’egemonia neoliberista) hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo disincanto e timorosa di andare al di là di un pragmatismo ispirato al buon senso, alla razionalità economica e alla coesione sociale. Ma è - io credo - anche per questo che una sinistra così priva di identità è apparsa disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra. Il problema è che la destra risponde, a modo suo, a un bisogno di identità e di speranza con il riferimento alla terra, al sangue, alle radici religiose della nostra civiltà che, per quanto prospettato in termini distorti e regressivi, appare un ancoraggio robusto rispetto all’incertezza e allo smarrimento del mondo globalizzato.



Non sembra oggi che la cultura socialdemocratica sia in grado di rispondere al bisogno dei progressisti di dotarsi di una visione del futuro capace di suscitare partecipazione e speranze. Insomma, la socialdemocrazia con i suoi ideali e la sua visione della società non sembra in grado di produrre una «grande narrazione» come fu nel passato. Quella esperienza rimane irrimediabilmente racchiusa in un’altra epoca, legata a una struttura delle società europee, ad una organizzazione del lavoro, ad una composizione sociale che non esistono più. Ma la via d’uscita non è nell’idea di un centrosinistra post-identitario. Né soltanto nel far precedere i discorsi politici da un elenco di grandi valori o dalla evocazione di buoni sentimenti. La sfida appare quella di costruire una nuova identità forte legata ai bisogni sociali, alle contraddizioni e alle attese del tempo in cui viviamo. Questo segna un superamento del passato socialdemocratico, che non è un ripudio, ma capacità di ricollocarne gli elementi vitali in un contesto nuovo, in un nuovo paradigma. Indicando nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista alla crisi ho cercato di definire non soltanto i titoli di un programma, ma anche le coordinate di un progetto. Se è così, chiamare democratico il nuovo partito dei progressisti è certamente un buon punto di partenza. Ma se il problema è quello di legare a questo nome un’identità e un progetto forti - come pare necessario - allora vuol dire che c’è ancora molto da lavorare. Se però guardiamo al mondo che ci circonda e ai grandi cambiamenti che sono in atto, credo che ci sia ragione di essere ottimisti.

Estratto dall’editoriale di Massimo D’Alema in edicola a ottobre sulla rivista «Italianieuropei» LS 29



Ora Angela farà come la Thatcher



I prossimi compagni di governo chiedono politiche più drastiche. E a molti elettori non piace la sua elasticità da democristiana – di Marcello Sorgi



Merkel modello Thatcher. Fino a due giorni fa, dirlo era impensabile. Le due, si sa, non si sono mai amate e «Angie» s’era lasciata scappare una volta che non dimentica che Margaret fu tra i contrari alla Germania riunificata. Adesso, invece, dopo il voto di ieri, dovrà ripensarci.



Per tre ragioni. La Cancelliera è uscita confermata, il suo successo personale è servito a tamponare la flessione dell’alleanza Cdu-Csu, la Grande coalizione è finita travolgendo la Spd, ma le incognite del nuovo governo da formare sono tante. E il trionfatore di questa tornata, il leader liberale Guido Wester-welle, dopo undici anni all’opposizione, si prepara a sedersi al tavolo delle trattative con idee molto precise.



Le stesse che lo hanno portato alla vittoria. Delle tre partite aperte nella mezz’ora in cui i risultati hanno cambiato il volto politico della Germania, quella della Cancelliera si presenta indubbiamente come la più complicata. Angela Merkel aveva impostato la campagna elettorale nel suo stile, sfuggendo democristianamente alle domande più insidiose, tiepida verso l’obiettivo dichiarato di una nuova coalizione con i liberali, e in realtà aperta a ogni ipotesi, senza escludere neppure di continuare con la Spd o accordarsi con i Verdi, premiati anche loro dalla scossa elettorale.



Ma a sorpresa, il pragmatismo, l’arte del rinvio, la ricerca continua di un minimo comune denominatore, e insomma quelle che si erano rivelate le doti personali più apprezzate della Cancelliera, non hanno più trovato il gradimento sperato. Non è piaciuta l’immagine della Merkel che andava d’accordo con il suo vice Steinmeier al punto da sembrare, anche lei, socialdemocratica. L’appoggio avuto dagli alleati sull’aumento delle tasse e sulle politiche di risanamento economico, una scelta obbligata, pagata in massima parte dalla Spd, ha dato inaspettatamente a una parte degli elettori democristiani più tradizionali la sensazione di un cedimento. A mediazioni eccessive e a politiche sociali troppo spinte e lontane dalla tradizione Cdu-Csu (come ad esempio i congedi per maternità concessi anche agli uomini). A una mancanza del tradizionale rigore tedesco nell’amministrazione, che ha finito col pesare sui conti dello Stato. E a una smodata logica dell’emergenza. Sul caso Opel, per fare un esempio, non solo il ministro dell’Economia zu Guttemberg, ma gran parte degli elettori, avevano delle riserve. Piuttosto che aiuti di Stato, avrebbero preferito maggior rispetto delle regole di mercato. Anche a costo dell’insolvenza e della possibile liquidazione dell’azienda.



E’ tutto ciò che rende problematica l’annunciata, e ormai prossima, collaborazione tra Merkel e liberali nel futuro governo nero-giallo. Westerwelle - che ieri ai festeggiamenti è arrivato non a caso con il suo maestro Hans Dietrich Genscher, ministro liberale degli Esteri con Helmut Kohl - ha vinto le elezioni, oltre che per abilità personale e capacità di comunicazione, sfoggiate in tutta la campagna, su un classico programma liberista. Meno tasse, alzare la soglia di reddito per l’esenzione totale dal fisco a ottomila euro. Stipendi al lordo, il più possibile vicini al netto. Più merito e meno salario minimo (una bandiera che la Spd si vantava di aver piantato sulla schiena della Cancelliera). Drastica riduzione dei sussidi di disoccupazione (se paghiamo la gente per stare a casa, è stato uno dei cavalli di battaglia di Guido, come possiamo chiedere a chi va a lavorare di impegnarsi di più?). E poi, ancora: scuole più dure, più formative, più legate a criteri di selezione, con un aumento degli investimenti statali per istruzione e ricerca fino al 10% del pil (oggi sono al tre). Insomma, un programma molto tagliato e molto connotato, sulla base del quale Westerwelle ha offerto a Merkel un’alleanza di governo esclusiva e una maggioranza delimitata, chiusa cioè ad altre possibili intese, come appunto con i Verdi. Se Angela, per usare un’antica metafora di Fanfani, pensava di diluire il vino di Guido, troppo forte, con l’acqua fresca degli ecologisti, quest’opzione è esclusa in partenza. E d’altra parte non si vede come potrebbero democristiani e liberali, che hanno in comune la posizione a favore del mantenimento delle centrali nucleari almeno fino a che la ricerca sulle energie alternative darà risultati concreti (cioè, per un lasso di tempo indefinito), accordarsi con i Verdi, che già al tempo della loro alleanza con Schroeder sottoscrissero con la Spd un accordo per la progressiva chiusura delle diciassette centrali tedesche ancora attive entro il 2021.



L’identità del nuovo governo è dunque ancora tutta da definire. E’ chiaro solo che dovrà essere molto diversa da quella della Grande Coalizione appena bocciata. Anche se una svolta liberista potrebbe rendere per la Merkel più complicata del previsto la gestione di un autunno che s’annuncia assai caldo, per l’esaurirsi degli effetti dei provvedimenti anticrisi (a cominciare dalla settimana cortissima, grazie alla quale sono stati evitati migliaia di licenziamenti) e per le probabili reazioni delle aziende a una mancata, benché annunciata, ripresa economica. In questo quadro si giocherà anche il nuovo ruolo della sinistra tedesca, che torna tutta insieme all’opposizione, e ci torna con rapporti di forza assai mutati al suo interno.



Socialdemocratici e sinistra radicale, insieme, fanno oggi molto meno dei voti che al momento della sua vittoria nel 1998 faceva da sola la Spd guidata da Schroeder. Dietro la calma ostentata ieri nelle dichiarazioni ufficiali, che parlavano di amara sconfitta, Steinmeier e Muentefering sanno di aver portato a casa il peggior risultato della storia del loro partito, mentre Lafontaine e Gysi festeggiano quello migliore della Linke. Quasi due milioni di elettori socialdemocratici si sono astenuti. Più di un altro milione si sono spostati sulla Linke. Un’alleanza tra le due sinistre, che fin qui l’avevano esclusa, sarebbe stata comprensibile, e in qualche modo auspicabile, con una Spd battuta, sì, ma ancora forte, e una Linke contenuta nel dieci per cento, più o meno la percentuale che tocca a tutte le opposizioni radicali in Europa.



Con questi numeri sarebbe stato realistico il progetto di un’evoluzione di tutta la sinistra nel suo complesso, guidata dalla parte riformista, e accompagnata da una trasformazione di quella estrema, nel quadro di una collaborazione che già esiste, tra i due tronconi, in molte amministrazioni locali, a cominciare da quella di Berlino. Ma al contrario, ora diventano concreti, da una parte, il rischio di un inseguimento gridaiolo, sull’onda dell’inasprimento della situazione sociale e delle proteste che hanno fatto crescere la Linke, e dall’altra gli effetti imprevedibili della «Ostalgie», il sentimento irrazionale di rimpianto che s’affaccia, e ha fatto sentire il suo peso, nelle urne, nel territorio e nelle pieghe della ex-Germania comunista.



Tutto è più chiaro, così, tutto è più scandito, dopo quattro anni in cui, all’interno della Grande Coalizione, le cose tendevano troppo a mescolarsi. Ma detto questo, non è affatto sicuro che la Germania, da ieri, sia diventata più stabile. LS 28

(interessante x me' e' solo Gysi <<un grande Retorico ma nel partito falso, Bisky fesso---Oskar lafontaine traitor e si vuole solo vendicare verso la sua ex SPD il Pinocchio Tedesco), il secondo interessante x me' e' Guttenberg-CSU -un genio-nobile--umano...dovrebbe mandare al paese dei balocchi quel fesso di Seehofer--Guttenberg sara' il suo EREDE <<parola di RELI Smile
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